di Pamela Gallo1, Selene Laudicina1, Marco Lombardi1,2, Simone Agostini3, Patrizia Casprini4, Pietro Di Geronimo5, Alessandro Bonari6, Eva Miletti6, Alfonso Crisci7, Niceta Stomaci8, Antonio Mottola9, Niccolò Fabbri9, Viviana Palazzo10
1 Ambulatorio aziendale per la diagnosi, la cura e lo studio della nefrolitiasi, SOC Nefrologia e dialisi, Firenze; Ospedale “Santa Maria Annunziata”, Azienda USL Toscana Centro; 2 SOS Nefrologia e dialisi, Ospedale del Mugello; 3 Radiodiagnostica, AOU Careggi; 4 Direttore SOC Patologia Clinica e Immunoallergologia, AUSLTC; 5 Laboratorio OSMA; 6 SOD Laboratorio generale, AOU Careggi; 7 Direttore Urologia, AOU Careggi, Soc. Urologia OSMA; 8 Direttore SOC Urologia, Ospedale “San Giuseppe”, Empoli; 9 Nutrizione Clinica; 10 SOD Genetica Medica, AOU Meyer Equipe infermieri DS multidisciplinare OSMA e DS nefrologia

Oggi si tende a considerare la nefrolitiasi sempre più spesso campo di intervento del nefrologo piuttosto che dell’urologo. La presa in carico multidisciplinare in un ambulatorio dedicato a guida nefrologica garantisce i migliori risultati per questi pazienti

La nefrolitiasi o calcolosi renale o urinaria è una delle più comuni patologie nella popolazione generale, con una prevalenza stimata fra l’1 e il 10% in Italia e nei paesi occidentali, determina a causa principalmente delle complicanze e della naturale tendenza alla recidiva, un impatto determinante sulla salute dei pazienti affetti e sui costi sanitari individuali diretti e sociali.
La nefrolitiasi è nella grande maggioranza dei casi, manifestazione clinica di patologie sistemiche, spesso con interessamento multiorgano e in diretta connessione con l’assetto metabolico globale del paziente. Da essere considerata patologia di pertinenza chirurgica, urologica, è quindi diventata di interesse medico e nello specifico nefrologico.
Il danno renale acuto legato a ogni singolo episodio di colica renale e un certo rischio di progressione verso l’insufficienza renale cronica e talvolta terminale, hanno reso nel corso degli anni necessaria una modifica dell’approccio alla patologia, un vero e proprio “paradigm shift”…