di Antonio Panti

Primo MG: “una giovane collega ancora in formazione ma già con i pazienti alle 15 spegne il cellulare e va a fare surf, non tutti i giorni, ma è un bel segnale impensabile per i medici della passata generazione”.
Secondo MG: “ci sta dando lezione di come si fa il MG.
Terzo MG: “immagino la reazione di un anziano medico: la denunciano, vedrai gli passa!”.
Primo MG: “noi siamo millennials con la memoria del passato che non hanno i nuovi millennials. Chi ci precede e chi ci segue hanno cervelli agli antipodi”.
Questo è un breve florilegio di una chat di giovani medici generali alcuni, i più vecchi, infraquarantenni, altri laureati negli ultimi anni, tutti già inseriti in diverse ASL. Al di là del tono un po’ goliardico e cinico, trovo interessante analizzare queste esternazioni da più punti di vista. Posso garantire, senza violare alcuna privacy, che questi colleghi sono assai preparati, colti e apprezzati dai loro pazienti.
L’osservazione che si presenta per prima è quella di un precoce burn out, di un disagio che nasce dall’insoddisfazione per una professione desiderata e rivelatasi ristretta in mille vincoli, serva di una burocrazia asfissiante, oppressa da richieste incongrue, dominata (di questo si
lamentano assai) da anziani prepensionati che non vogliono adeguare la professione né gestirla secondo le moderne potenzialità della medicina del territorio…